“L’assenza di evidenza non è evidenza di un’assenza” – Carl Sagan, astrofisico.
Negli ultimi decenni tra i segni di un degrado ambientale sempre più diffuso ve ne sono alcuni che appaiono sempre più estesi e preoccupanti: quelli legati alla perdita di forza, ovvero di vitalità, dei sistemi organici in senso lato.
Dalla riduzione sempre più accentuata della fertilità dei terreni alla presa d’atto di avere colture e vegetazione naturale sempre più indebolite in tutto il loro ciclo vegetazionale; dalle sementi che perdono capacità di germinazione dopo pochi mesi (mentre chicchi di frumento trovate nelle tombe etrusche sono ancora in grado di generare spighe dopo 2000 anni), all’aumento di individui sterili tra diverse specie animali (tra cui l’Uomo), sino ad una generale riduzione delle capacità organiche difensive e immunitarie di numerosi sistemi viventi (dalle singole specie alle comunità).
Pertanto quello che oggi risulta urgente e necessaria non è solo un’ecologia (e un’agricoltura) che sia conservativa (della biodiversità) e mitigativa-compensativa (degli impatti), ma che sia anche e forse soprattutto rigenerativa (quella che da tempo chiamo Regeneration Ecology). Ovvero che ponga tra le priorità l’attenzione ai processi vitali, al loro sostegno e sviluppo.
Tuttavia in questi casi, prima ancora di poter mettere a punto strategie ed azioni di tutela, sorge subito un problema: cos’è esattamente la vitalità e come si può misurare e quantificare in modo scientifico, ovvero oggettivo?
E’ infatti soprattutto a seguito di tale questione che la componente “Vita” è stata sino ad ora sottovalutata o addirittura trascurata dal mondo della ricerca, e che quindi sulle etichette del cibo che acquistiamo o dei semi che utilizziamo manca ancora questa importantissima voce. La Vita è appariscente nelle sue molteplici manifestazioni, ma sfuggente e quasi intangibile nella sua essenza profonda, per molti aspetti non ancora pienamente compresa. Essa è un parametro che ci porta spesso a ragionare nel campo delle energie sottili (quelli che le antiche tradizioni ermentiche chiamavano eteri), oggi sempre più oggetto degli studi teorici della fisica quantistica (si pensi alle ricerche sulla materia ed energia oscura, che sembra costituisca il 95% del nostro Universo), ma non sempre facilmente misurabili in modo riproducibile (ovvero secondo i canoni classici della scienza galileiana) . Lo stesso essere umano istintivamente è in grado di sentire quando un organismo (o noi stessi) è malato o morto.
Ma tutto questo in modo qualitativo e senza una misura obiettiva, così come molti testi utilizzati oggi per il rilevamento della vitalità, come ad esempio quelli del tipo “metodi di formazione dell’immagine”, che lasciano quindi totale (troppa?) libertà interpretativa a chi li esegue.
Anche in medicina lo stato di vitalità di un essere umano è misurato solo in modo parziale ed incompleto, mancando un parametro di sintesi, di solito attraverso il rilevamento dei famosi parametri vitali, ovvero tra i principali:
- stato di coscienza;
- peso corporeo e altezza;
- temperatura corporea;
- pressione arteriosa;
- frequenza cardiaca;
- frequenza respiratoria;
- saturazione di ossigeno nel sangue ed altri parametri.
Sulla base di ciò il medico valuta di primo acchito quanto la persona “sta bene” in quel momento. Ma sappiamo tutti come tale valutazione sia assolutamente parziale e spesso non risponda in realtà alle reali condizioni di un paziente.
Per esempio aspetti importantissimi come l’entusiasmo, l’energia, la passione, la voglia di fare cose, la capacità di una visione positiva della vita, ecc. e che concorrono di solito proprio a definire una persona appunto “vitale” distinguendola da una “moscia”, in quanto non misurabili oggettivamente se non indirettamente, non entrano in questo tipo di valutazione clinica “standard”.

Ciò per ricordare quanto sia difficile oggettivare in modo convincente e globalmente riconosciuto questo aspetto, anche di fronte a sue manifestazioni palesi.
Pertanto, di fatto, alla fine il parametro complessivo della “vita/vitalità” viene per lo più semplificato, schematizzato o del tutto ignorato. E guai a chi cerca di indagarlo attraverso metodi non convenzionali, non riconosciuti dal mondo accademico e come tali bollati come “pseudoscientifici”, quali la Scala Bovis, la cristallizzazione sensibile, la dinamolisi capillare o la cromatografia orizzontale di Pfeiffer: si viene per lo più sbeffeggiati o trattati da ciarlatani.
Eppure vi sono anche metodi e sistemi che invece hanno ricevuto riconoscimenti “ufficiali” e che si prestano quindi a sdoganare tale delicata questione anche in ambiti ordinari non legati per forza al mondo del biodinamico o ad ambienti “alternativi”.
Parliamo ad esempio della Visualizzazione con Scarica di Gas Computerizzata (GDV), riconosciuta dal Ministero dello Sport russo. O della Fluorescenza della clorofilla ed analisi all’infrarosso, utilizzate anche in Italia per misurare la vitalità delle piante. Od anche dei numerosi indici sintetici collegati a vari segni indiretti di vitalità: germinabilità, conservabilità, presenza/assenza di bioindicatori (pedofauna, enzimi, funghi, batteri, varie specie vegetali, ecc.), migliore crescita e sviluppo armonico di germogli ed altre parti della pianta, ecc.

Insomma la forza vitale si può misurare e quantificare, e sempre di più essa dovrà entrare, assieme alla purezza (assenza di contaminanti) ed all’origine controllata, tra i parametri di qualità che certificano un prodotto alimentare, acqua compresa. Ed anche essere considerata attraverso protocolli terapeutici nel mondo della medicina.
La sfida è proprio quella di trovare sistemi il più possibile oggettivi e riproducibili che possano sdoganare anche a livello scientifico riconosciuto questo importante parametro, che di fatto è alla base del benessere di tutti i sistemi viventi, uomo compreso.
In tal senso, in una logica ed approccio culturale di biologia rigenerativa e della Vita (dei suoli, degli animali, delle piante e infine dell’essere umano) o di regeneration ecology, comunque la si voglia chiamare, appare importante ed utile che tra le future linee di ricerca in tutti gli ambiti che hanno a che fare con sistemi organici viventi (ecologia, agricoltura e alimentazione, medicina, biologia, ecc.) venga sempre più considerata con adeguata attenzione anche questa a mio avviso fondamentale tematica.
BOX – I METODI PER MISURARE LA VITALITA’
Esistono diversi sistemi per cercare di misurare l’energia vitale di un terreno, di una cultura o anche di un ambiente o di un organismo. Riassumiamo i più usati, senza entrare nello specifico della loro attendibilità. Con asterisco (*) sono peraltro indicati i metodi riconosciuti anche dalla comunità scientifica accademica tradizionale.
- Il Biometro o Scala di Bovìs
- La Cristallizzazione sensibile
- La Dinamolisi capillare
- La Visualizzazione con Scarica di Gas Computerizzata (GDV) (*)
- La Cromatografia orizzontale di Pfeiffer.
- L’analisi dei Cristalli di Hagall
- La Fluorescenza della clorofilla (*)
- Le varie analisi all’infrarosso e indagini su frequenze e rifrazione di luce/calore (*), es. utilizzando spettrofotometri
- Segni indiretti di vitalità (*): nei suoli o nei vegetali germinabilità, conservabilità, presenza/assenza di bioindicatori (pedofauna, enzimi, funghi, batteri, varie specie vegetali, ecc.), migliore crescita e sviluppo armonico di germogli ed altre parti della pianta, ecc. ; negli animali fertilità, capacità riproduttiva, natalità, velocità e completezza nel rimarginare ferite, velocità di sviluppo organico, ecc.
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