– Non è più possibile continuare così, soprattutto nelle aree naturali –
Ogni anno una massa sempre maggiore di esseri umani si muove in giro per il mondo per piacere e voglia di conoscenza.
Dagli anni ’70 ad oggi il numero dei turisti internazionali è aumentato vertiginosamente: siamo passati dai 116 milioni del 1970 a 1,46 miliardi del 2019, un incremento del 700% in 50 anni.
Per quest’anno poi le stime dell’Organizzazione mondiale (Untwo) delle Nazioni Unite sono ancora più in crescita: +2 % rispetto all’ultimo anno pre-pandemico raggiungendo l’incredibile cifra di 1,48 miliardi di persone in giro per il pianeta . Decisiva la riapertura definitiva dei mercati asiatici e nonostante le guerre e crisi internazionali, inflazione e prezzi di voli e hotel che continuano ad aumentare. Il 2023 ha chiuso a livello globale con +88 % rispetto al 2019.
Anche in Italia (il quinto paese più visitato al mondo) il 2023 è stato un anno da record, con oltre 134 milioni di arrivi e 451 milioni di presenze, un aumento di sedici milioni (+13,4%) rispetto al 2022 per gli arrivi e di oltre trentanove milioni (+9,5%) per le presenze (fonte: Confcommercio 2024).

Tutto ciò sta provocando problematiche sempre più gravi in gran parte dei siti turistici più famosi, con grandi difficoltà gestionali a livelli sia socio-economici sia ambientali. Il caso di Venezia è emblematico.
Tuttavia aspetti ancora più delicati stanno emergendo in relazione al turismo, sempre più intensivo, che si svolge nei luoghi naturali. In Italia un dato non recentissimo pre-pandemico (fonte: Osservatorio Nazionale delle Filiere del Turismo – Unioncamere, febbraio 2015) stimava in circa 30,5 milioni le presenze legate al turismo naturalistico, mentre il potenziale attrattivo solto da parchi ed aree protette in genere risultava ancora maggiore, costituendo esse il vero cuore dei prodotti turistici naturalistici del nostro Paese: sul totale di turisti presenti il 42,5% dichiarava infatti di desiderare una vacanza in un parco naturale .
Oggi i numeri non sono certo diminuiti, anzi! Ma soprattutto sembra aumentata la permeabilità degli ambienti naturali a queste presenze, che stanno diventando sempre di più invasive. E non solo per i numeri assoluti e le elevate concentrazioni a livello locale per i siti più famosi (provate in questi giorni ad andare a farvi un giro sul lago Braìes, in Alto Adige), ma anche per l’estrema diffusione di presenze umane praticamente in ogni habitat terracqueo . Dai fondali marini alle vette più elevate, da boschi, torrenti, pareti rocciose sino ai laghetti più sperduti o alle praterie alpine sommitali: trovate gente ovunque e ormai non solo in estate.
Una recente ricerca del MUSE-Museo di Trento, condotta con fototrappole dal 2015 al 2021 sulle Dolomiti, ha evidenziato che, delle oltre 500 mila istantanee raccolte, il 70% ritraeva esseri umani, il cui tasso di passaggio si è rivelato 7 volte superiore a quello della specie selvatica più rilevata, cioè la volpe, e addirittura 70 volte maggiore di quello dell’orso. Il passaggio di persone, soprattutto escursionisti e ciclisti, è cresciuto nel periodo considerato ed è stato registrato sia all’interno sia all’esterno del parco naturale, indicando una potenziale pressione anche dentro l’area protetta.
Tralasciando il delicato e complesso discorso sul livello di preparazione e di educazione di queste persone quando si muovono in un ambiente naturale, rimane il tema della massa da gestire. Che, assieme al flusso di denaro che sovente è arrivato in modo rapido in comunità non sempre preparate a gestirlo, ha innescato situazioni perverse che ormai sono al limite del collasso.
Ora è vero che il turismo ha creato e crea benessere per i territori, soprattutto quelli marginali che in molti casi sino al secondo dopo-guerra soffrivano ancora miseria e fame. Fino a un certo punto, però, e fino a un certo limite. Ed è proprio la nozione di “limite” e di “capacità portante” di un territorio che la nostra classe politica, gli amministratori ed anche buona parte degli imprenditori sembra aver smarrito, ma soprattutto sembra volere ignorare in modo palese.
E tale fatto ce lo evidenziano proprio le forme di turismo nelle aree naturali, più sensibili e veri e propri indicatori dei pessimi effetti di quello che qualcuno ormai definisce “porno-turismo”.
Ovvero che oltre un certo limite non c’è sviluppo. Anzi, i problemi ed i costi (anche ambientali) finiscono con il superare i benefici, creando tra l’altro effetti negativi che potranno durare anche per parecchio tempo o in modo definitivo (si pensi alla destrutturazione sociale di certe zone)
E’ un tema delicato e complesso con il quale si stanno confrontando molte comunità ed anche parecchi enti gestori di aree protette ma che, almeno sino ad ora, non ha prodotto scelte definitive.
Le soluzioni, probabilmente abbinando in modo intelligente e competente diverse azioni, sembrano esserci e andrebbero ormai applicate con un’urgenza, magari seguendo in modo coordinato un piano nazionale (ma forse sarebbe chiedere troppo per un Paese come il nostro).
A monte di tutto, però, rimanangono a mio avviso due passaggi fondamentali:
1) la necessità di limitare l’avidità di guadagno e la brama di possesso e di “avere sempre di più” che sembra essersi impossessata di troppe persone che, un po’ a tutti i livelli, gestiscono questo importante settore.
2) la conspevolezza e il rispetto, da parte del visitatore, che non si può andare tutti ovunque e in ogni momento; che a visitare certi luoghi si deve anche aspettare, scegliere le condizion i più adatte (non solo per noi ma anche per il sito) e magari, in certi casi, pure rinunciare alla visita.