– Un argomento sottovalutato –
E’ in corso a Cali in Colombia, sino a venerdì 1 novembre, la COP16, la Conferenza Internazionale sulla biodiversità dell’Onu dopo l’adozione del Kunming-Montreal global framework da parte di 196 governi di tutto il mondo: un percorso con l’obiettivo di arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2050.
La COP 16 dal titolo “Paz con la naturaleza – Pace con la natura”, rappresenta un importante momento di coordinamento politico-operativo in cui leader mondiali, scienziati e operatori del settore si incontrano per proseguire nel modo più incisivo possibile il percorso, iniziato alla Conferenza di Rio del 1992 (il famoso “summit della Terra”), verso la salvaguardia degli ecosistemi e delle specie del nostro pianeta, coinvolgendo la società globale e riconoscendo e rafforzando il ruolo delle comunità indigene e locali che da sempre si battono per la tutela dell’ambiente.
Ciò in vista anche del perseguimento dei noti obiettivi ONU nel “Quadro globale per la biodiversità” per il 2030, che comprendono la conservazione del 30% delle terre e degli oceani del mondo entro quella data, la riduzione dell’inquinamento e la promozione dell’uso sostenibile delle risorse naturali.
Il lavoro della COP si basa su sette aree tematiche che corrispondono ai maggiori biomi del pianeta Terra, discussi in due differenti ambiti politici: la Zona Blu dedicata alla Conferenza delle Parti e la Zona Verde che invece sarà l’epicentro della mobilitazione, dove le compagnie, le varie organizzazioni e la società civile potranno condividere la loro visione e il loro impegno per proteggere la biodiversità.
In allegato il Manifesto politico “In pace con la Natura”. , presentato alla Conferenza.
-Un tema sottovalutato
Purtroppo mi sembra che questo importante appuntamento non stia trovando, a livello politico ed anche di comunicazione tramite i mass-media del main-stream, la dovuta considerazione.
Infatti, al di là di tante belle (e spesso vane) parole, la perdita di biodiversità continua ad essere percepita, soprattutto dalla politica, ancora come un gadget, un corollario quasi di contorno, rispetto ad altri problemi ambientali ritenuti più urgenti, come ad esempio la crisi climatica o il pericolo di pandemie.

Eppure gli scienziati ce lo stanno dicendo da tempo: se pensate che la crisi climatica sia un problema complesso, aspettate di conoscere quello della biodiversità! Se il clima rappresenta in un certo senso il sistema di regole del funzionamento del mondo, la biodiversità è la sua semantica, è il suo contenuto, la parte viva, polpa e colore di questo pianeta, quella che sino a pochi decenni chiamavamo Natura.
Bisogna rendersi conto una volta per tutte, ed ormai con urgenza, che proteggere la biodiversità non è un optional e neppure una questione di buoni sentimenti o di altruismo, ma un tema centrale per il futuro della nostra specie e della vita sulla Terra.
La società umana non è inorganica e non si regge su basi inerti, come ad esempio possiamo intendere la finanza (da distinguersi dall’economia): dalla medicina all’alimentazione la biodiversità è nella fibra di quello che ci tiene insieme, che ci permette di abitare il pianeta e che, in sintesi, ci tiene vivi!
Nelle precedenti 15 COP si è riusciti, con molta fatica e varie contraddizioni, a concordare tante cose, tra cui diverse priorità e soprattutto una metrica: il già citato 30% di terra e oceani da proteggere entro il 2030. Ora la questione è capire in dettaglio come fare e stanziare in modo continuo le risorse necessarie.
Vi è infatti un enorme gap finanziario, una voragine di 700 miliardi di dollari, tra ciò che mettiamo ogni anno per queste tematiche e ciò che effettivamente serve per raggiungere obiettivi minimi, perché i paesi più ricchi di biodiversità sono quelli con meno risorse, più poveri e meno attrezzati. Una differenza di risorse spaventosa, ma che però sarebbe ancora poco rispetto a quello che costerebbe un collasso definitivo della biodiversità su scala planetaria.

Inoltre si continua a spendere una marea di soldi pubblici, sovvenzionando in modo più o meno diretto varie attività dannose per la natura: circa 1,7 trilioni di dollari.
Diminuire progressivamente questo processo vizioso sino ad arrivare ad invertirlo, in modo da non spendere più soldi pubblici per distruggere il mondo a spenderli ma investirli per proteggerlo non è facile e non lo si fa in un anno (o in una sola COP), ma è questo il percorso da attivare e sin da ora.
Perché non c’è più tempo da perdere e perché (scusate) ve lo devo dire in modo esplicito: abbiamo ormai superato molte soglie di non ritorno e solo cominciando ad agire in modo tempestivo e soprattutto sistemico possiamo pensare di mitigare gli effetti di un collasso che, in caso contrario, sarà devastante!
Eppure si potrebbe ancora fare, ma solo se diventa una priorità, e diventa una priorità solo se c’è attenzione e consapevolezza.
Obiettivi concreti di questa COP 16 sono quelli di arrivare ad almeno 200 miliardi all’anno di fondi da investire a supporto della biodiversità, avere sempre di più piani nazionali all’altezza, scrivere regole sull’accesso alle banche dati genetiche e alla governance delle terre indigene ed affrontare in modo serio la questione delle acque internazionali e delle miniere marine di profondità. Ce la faremo?