-Un metodo complementare
Si tratta allora di cercare ed introdurre un altro metodo di osservazione della natura, non tanto alternativo al primo bensì complementare, che ci aiuti soprattutto nei processi di sintesi e nello sviluppare una chiave di lettura il più possibile integrata e di ampio respiro, una lettura olistica.
Un metodo, semplice ed intuitivo ma anche profondo, messo a punto già alla fine del ‘700 da quel personaggio eclettico e geniale che fu Johann Wolfgang Goethe (1749-1832): l’osservazione fenomenologica, oggi opportunamente integrata ed aggiornata con qualche ulteriore elemento e con il contributo di altri autori più moderni, tra cui spicca il fondatore dell’antroposofia Rudolf Steiner, ma anche attraverso l’esperienza di naturalisti, artisti, scrittori, curanderos e pure (udite, udite) di veri scienziati!
In tutti i casi in questo mio piccolo contributo si sono considerate le esperienze comuni che, riprese ed utilizzate da più autori spesso di culture e formazioni molto diverse, ne confermano la validità, in una sorta di convergenza culturale validata dai risultati di campo, secondo il vamoso detto evangelico “dai frutti riconoscerete l’albero“.
Di tale metodo fenomenologico di base, il grande fisico e premio Nobel Werner Heisenberg (1901-1976) diceva” Secondo Goethe l’osservazione e la conoscenza della natura inizia con l’impressione sensoriale immediata; perciò non con l’osservazione di un singolo fenomeno tramite strumenti per così dire avulsi dalla natura, ma con l’evento naturale direttamente percepibile dai nostri sensi”.
A sua volta Goethe puntualizzava “Il male più grande della fisica recente è che gli esperimenti sono separati dall’Uomo stesso e che la natura è vista solo in ciò che mostrano gli strumenti artificiali: cioè essi vogliono provarla e limitano con questi la sua comprensione”.
Un metodo, quello proposto da Goethe e poi messo a punto nel tempo anche da altri studiosi, che in realtà ribalta molti luoghi comuni o approcci della moderna indagine scientifica, a cominciare dal coinvolgimento del ricercatore. Qui è l’essere umano nella sua interezza a diventare lo strumento principe per l’indagine. Ovvero l’osservatore partecipa in maniera attiva e consapevole a tutte le fasi percettive, alternando l’attenzione cosciente ai fenomeni che si manifestano all’esterno con le impressioni e i pensieri interni, oltre che con gli impulsi ad agire. Cioè non ci si limita all’osservazione oggettiva” esterna, ma si analizza anche ciò che essa produce sull’osservatore; è dunque il ricercatore che diventa egli stesso strumento e laboratorio vivente per le sue indagini, non limitandosi peraltro solo all’uso della propria mente, ma coinvolgendo nella maniera più estesa possibile tutte le altri parti di sé (e del Sé).

Ovviamente per arrivare a fare ciò in modo utile serve un opportuno addestramento e molta autoconsapevolezza.
In fin dei conti e in estrema sintesi si tratta soprattutto di imparare a percepire la natura con un approccio sensoriale più esteso e attraverso la capacità di scoprire e riconosce nuovi indizi e segnali. In questo cammino occorrerà una mente acuta, ma soprattutto aperta ad ogni possibilità, dal momento che si tratta di cominciare un percorso di vero “investigatore della vita” che non si sa dove ci porterà se non quello, tra i possibili effetti collaterali, di renderci persone più consapevoli ma anche in genere più interessanti. Dovremo essere pronti a scoprire cose nuove e ogni tanto a lasciare indietro vecchi modi di pensare o informazioni un tempo ritenute valide e che invece ora non ci convincono più.
Pertanto secondo questo approccio metodologico i corretti strumenti per una vera e il più possibile completa conoscenza della natura sono i seguenti:
- porsi continue domande;
- fare esperienze dirette, ovvero sperimentare sulla propria pelle in particolare i movimenti e i ritmi della natura (che ovviamente bisognerà prima imparare a riconoscere);
- indagare l’essenza dei fenomeni e del paesaggio (raccogliere pazientemente tutti i fenomeni che appaiono, studiare le relazioni tra loro, le forme, gli spazi, le associazioni tra gli organismi, ecc.);
- sviluppare strumenti di indagine fenomenologica;
- ampliare le proprie capacità percettive, tra l’altro non limitante ai soli 5 sensi “tradizionali”, dilatando la nostra “ampiezza interiore”.
- Essere consapevoli dell’emozione/i che quella determinata osservazione suscita in noi.
Per fare ciò dobbiamo innanzitutto contenere l’impulso a giungere subito a delle conclusioni e poi partire facendo finta di non sapere assolutamente niente dell’oggetto della nostra indagine. In questo modo potremo ottenere una percezione più ampia e libera, che farà sorgere in noi molte più domande.
Pertanto il primo passaggio per sviluppare questo modo di indagare la Natura sarà sviluppare un più esteso e consapevole sistema di percezione sensoriale, che non sia limitati ai classici 5 sensi codificati.
Successivamente integreremo questo approccio con la ricerca di analogie, ovvero con l’evidenziare i vari nessi che collegano quanto percepito.
Infine integreremo il tutto con un poco di cultura, ovvero con un minimo di conoscenza del significato simbolico di alcune immagini principali e dei processi biologici e biochimici che sottendono alcune delle reazioni più importanti osservabili in natura (es. la fotosintesi).
Il tutto sempre secondo una logica di sintesi, che unisca e non separi, ovvero che miri ad ottenere un quadro il più possibile esaustivo e complessivo in cui emergano le innumerevoli relazioni e gli infiniti rimandi che legano il mosaico del paesaggio naturale in un unico grande corpus dalle inedite proprietà, che non sono la semplice somma algebrica delle caratteristiche delle sue singole componenti, ma molto di più.
Il risultato sarà dunque un metodo analogico-percettivo adatto all’uomo moderno che rispetta la sua giusta razionalità, ma senza dimenticarne l’anima e lo spirito.
Infatti l’osservazione e il metodo di indagini naturalistiche compiute secondo lo spirito goethiano sono innanzitutto un’applicazione pratica di empatia, ovvero basata sulle emozioni istintive che l’osservazione di un determinato soggetto/fenomeno suscita in noi. Infatti è proprio il diventare consapevoli di un’emozione che ci garantisce la massima presenza nel “qui ed ora”, ovvero la piena percezione del fenomeno osservato e della sua essenza più intima e profonda. La chiave di una completa osservazione della natura è dunque proprio l’emozione: il livello emotivo raggiunto ti conferma la tua presenza e la consapevolezza del momento, ovvero il suo grado di verità, senza le contaminazioni che portano spesso le sovrastrutture mentali e culturali.
Pertanto solo in un secondo momento entreranno considerazioni razionali e di tipo “tecnico”.
Inoltre con l’osservazione e la percezione animica di ciò che la Natura ci comunica si cerca di ricreare interiormente la natura stessa. Che continuamente ci chiama e ci chiede attenzione.
Spesso passeggiando con calma in un bosco o in un giardino, se lo si fa con spirito aperto e recettivo, facilmente si coglie un “invito”, da parte di albero o di un fiore, a soffermarsi davanti ad esso per osservare. Ciò va fatto senza alcuna intenzione o desiderio personale, tralasciando anche ogni interesse scientifico (per esempio nel cercare di riconoscere quella data specie), ma solo come disponibilità ad un incontro. Solo in un secondo momento potremo introdurre elementi tecnici botanici o tassonomici. Anzi, all’inizio sarebbe meglio non conoscere proprio nulla di quella data pianta o albero, ma anche animale, minerale, stella, pianeta o paesaggio.

Nel corso di un’osservazione empatica si entra in una sorta di campo che si estende tra l’uomo-osservatore e il fenomeno naturale osservato. In quel campo il processo di osservazione si sviluppa senza costrizioni e diventa vero riconoscimento reciproco. Infatti se da una parte come umani volgiamo volontariamente la nostra attenzione alla natura, dall’altra si riceveranno continui aiuti, spunti e delicate indicazioni che guideranno la nostra attenzione.
Grazie a simili esperienze si acquisisce la crescente certezza che la Natura desidera essere osservata dall’Uomo e ama penetrare in noi. Sin dai tempi del Giardino dell’Eden, quando Adamo fu invitato da Dio a riconoscere ogni albero o pianta e dar loro un nome.
Il biologo olandese Fritz Julius (1896-1951), nella sua autobiografia narra di essere arrivato al punto, nelle sue osservazioni naturalistiche di campo, di tralasciare ogni intenzione e sforzo personale, abbandonandosi semplicemente alla guida delle entità della natura stessa. Egli scrive (1-Nota): ”Sono stato continuamente posto davanti a sassi leggermente ricoperti di vegetazione, davanti a piante o meglio di fronte a paesaggi in miniatura, da cui potevo imparare qualcosa di caratteristico. Grazie al fatto di venire condotto da una qualche parte, sapevo che lì c’era qualcosa da imparare. E’ stato l’inizio di una singolare scuola superiore di percezione sensoriale”.
Quando poi la percezione animica verrà completata dal pensiero, sarà importante farlo non limitandosi alla sola osservazione del fenomeno, ma riflettendo su ciò che esso voleva comunicarci. In questo modo questo metodo di lettura della Natura, oltre a diventare un vero rapporto con essa, ovvero scambio nelle due direzioni (Uomo-Natura e Natura-Uomo), porta anche ad una relazione personale e personalizzata, nel senso che ogni individuo potrà percepire aspetti unici, che solo lui è in grado in quel momento di cogliere.
In tal senso la “standardizzazione” in natura non esiste.
In questo modo si giunge dunque a una vera conoscenza della Natura, che passa prima di tutto dal cuore e dall’anima, ma anche dalla nostra consapevolezza cosciente, e solo dopo arriva al cervello. E a quel punto ci si accorge di non essere più semplici spettatori, ma collaboratori di un evento vivente, di un processo di manifestazione, riconoscendone innazitutto gli infiniti nessi fuori e dentro di noi e che tra l’altro può avvenire con quelle determinate peculiarità proprio tramite noi. In tale processo si può scorgere qualcosa che viene messo in moto e liberato dall’irrigidimento delle consuete concezioni scientifiche, che per esempio si preoccupano più di ordinare, spezzettare e classificare che non di conoscere nell’intimità e nell’essenza l’oggetto delle nostre osservazioni. Invece in questo modo questo processo di liberazione, dove qualcuno ha scorto degli elementi definiti “pasquali” (2) per il suo elemento di “elevazione a nuova vita”, avviene innanzitutto attraverso immagini. Immagini, “sentite” più che viste: così il fenomeno perde la sua piattezza esteriore e viene percepito in profondità, in modo multidimensionale, manifestando la propria pienezza e dignità. Ecco allora che il più piccolo fiore di campo ci apparirà allo stesso livello di importanza e complessità della più grande sequoia.
(2-Nota): Walter Bos. Osservare in una disposizione di spirito pasquale. ArteMedica n.42, autunno 2016.
Questo approccio, inizialmente applicato su singoli soggetti (es. un albero, una cascata, un fiore) con il tempo potrà poi essere applicato anche ad un’intera escursione nel suo complesso, generando sensazioni che potranno entrare profondamente in tutto il nostro essere che ne risulterà interiormente coinvolto, vivificato e rinnovato.
In tal senso alla fine di un’escursione in natura vissuta in questo modo non solo avremo colto ed imparato innumerevoli aspetti nuovi del mondo vivente, ma ci scopriremo noi stessi ogni volta un poco diversi (di solito più arricchiti e consapevoli) rispetto a quando abbiamo cominciato la nostra uscita.
Provare per credere.