– Hai una missione importante…provare ad osservare ciò che non si vede –
-Introduzione
Provate a camminare da soli in un bosco. I vostri cinque sensi principali vi aiuteranno a vedere e percepire tante cose, ma altrettante (o forse anche di più) avrete la netta sensazione che esistano pur senza poterle vedere o sentire. Qualcosa che siete sicuri che c’è ma che in qualche modo vi sfugge…
E’ il livello intangibile della natura e degli esseri viventi; un livello difficilmente misurabile con gli strumenti tradizionali della scienza moderna, ma di cui tutti facciamo esperienza a vari livelli: attraverso immagini, emozioni, sensazioni più o meno forti, a volte anche di presenze non meglio esprimibili.
Se poi la portiamo sul piano del benessere, sempre nei boschi questa dimensione intangibile è così forte e diffusa in moltissime culture da essere addirittura sfruttata, anche oggi, come pratica terapeutica.
I giapponesi lo chiamano Shinrin-yoku, in inglese Forest Bathing: significa bagno nella foresta ed è una pratica di benessere sempre più diffusa che sfrutta appunto il potere terapeutico dei boschi. Passeggiare in mezzo agli alberi infatti fa bene al corpo e, soprattutto, alla mente.
I ricercatori infatti concordano: il contatto con la natura, come una passeggiata nei boschi, inibisce la formazione di pensieri negativi. E poi, è pure un toccasana contro la pressione alta. Infatti, quando siamo tra gli alberi il battito cardiaco rallenta, la pressione si abbassa e l’umore migliora subito. Le cause di tali effetti non si conoscono con certezza : certo ci sono aspetti psicologici, mentre altri si possono spiegare con l’aumentata produzione di terpeni ed altre sostanze sprigionate dalle foglie, o con l’aria più ossigenata e ricca di ozono, ma tanto rimane inspiegabile.
Per esempio i reali motivi per cui la sola vista di paesaggi verdi e con acqua (es. il mare o un lago) diminuiscano poi in media di circa il 20% i tempi di degenza di un ospedale. Oppure perchè in alcuni angoli del bosco ci sentiamo a nostro agio e in altri invece percepiamo inquietudine (e magari questa sensazione la sentono anche i nostri animali che ci accompagnano).
Cosa causa ciò e tanto altro di quel che “c’è ma non si vede?” Come indagare con metodo questa dimensione intangibile della natura? In un universo in cui ormai anche la fisica quantistica ci dice che ciò che è registrabile dai nostri cinque sensi canonici (l’essere umano ne ha infatti anche altri ) è solo il 5% di tutta la materia ed energia esistente (denominata appunto “oscura”), come possiamo cercare di esplorare con metodo, senza perdere la nostra logica, questa parte del mondo, così sfuggevole ma anche cosi affascinante, dentra la quale percepiamo anche essere celata l’origine di ciò che invece possiamo vedere?

- Galileo non basta
Non certo attraverso il semplice approccio tradizionale su cui si basa il metodo (e il mondo) scientifico o sperimentale (introdotto da Galileo), che riconosce come “reale”, ovvero dimostrabile, solo ciò che si può descrivere tramite una prima osservazione, seguita da un esperimento, sviluppato in maniera controllata, in modo tale che si possa riprodurre il fenomeno (e risultati) che si vuole studiare.
Ricordiamo poi che il metodo scientifico o sperimentale si articola in due fasi:
- fase induttiva (cioè dallo studio di dati sperimentali si giunge alla formulazione di una regola universale) quindi da particolare si arriva al generale
- fase deduttiva (ciò osservando un insieme di fenomeni si arriva a sviluppare una teorica)
La fase induttiva si divide inoltre in:
- osservazioni e misure (in questa fase si utilizza la strumentazione opportuna e si raccolgono i dati)
- formulazione di un’ipotesi, si tenta cioè di spiegare il fenomeno, mediante la “lettura” dei dati sperimentali.
La fase deduttiva si distingue in:
- verifica dell’ipotesi (si sottopongono i dati ad una verifica rigorosa, si fanno delle controprove, ecc.)
- formulazione di una teoria, nel caso in cui l’ipotesi venga confermata.
Il metodo scientifico è dunque la modalità tipica con cui la scienza attuale procede per raggiungere una conoscenza della realtà oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile. Oggi questo approccio è praticamente l’unico modo ufficialmente riconosciuto per dimostrare “seriamente” un fenomeno o l’esistenza di qualcosa. Tuttavia esso è ormai da molti anni criticato ed all’interno del dibattito sulla filosofia e teoria della scienza (Popper, Dietz, Kuhn, Feyerabend, ecc.) si stanno pian piano mettendo a punto nuovi paradigmi per cercare di spiegare fenomeni che con questo approccio non si posso descrivere in modo soddisfacente. Soprattutto in molti si rendono conto che empirismo e razionalità non siano più sufficienti ad essere intesi come unici ed esclusivi pilastri della conoscenza scientifica e della sua presunta “oggettività”.
Come la mettiamo, ad esempio, con il famoso principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo cui anche solo la presenza (o addirittura il pensiero) di uno osservatore influenza i risultati di un esperimento?
Il metodo scientifico “galileiano” [1] va dunque bene per spiegare (entro certi limiti in parte evidenziati appunto da Heisenberg e poi da altri fisici che successivamente hanno approfondito queste tematiche) i fenomeni sul piano materiale “tradizionale”, ma è meno utile per spiegare i fenomeni “sottili”, ovvero il mondo spirituale e quello di tutto ciò che è definiti come intangibile (percezioni, emozioni, pensieri, idee, intuizioni, ispirazioni, ecc.) ma che, nella realtà della nostra vita e di quanto la influenza, è anche estremamente concreto e presente. Ancor di più se tali fenomeni avvengono al di fuori del pianeta Terra.
In particolare come si può poi indagare la Vita, fenomeno intangibile per eccellenza ma dalle manifestazioni palesi e di infinita varietà, in modo scientifico, ovvero non limitandosi a dei dogmi (scientifici o religiosi che siano) ma utilizzando la nostra umanità in modo completo, ovvero corpo, anima, mente e spirito?
Tra l’altro quando si affrontano fenomeni complessi che agiscono simultaneamente su diversi piani della realtà (fisica, psichica, spirituale, ecc.), come appunto quelli legati al vivente, andrebbe forse accettato che la loro spiegazione non sia sempre necessariamente sempre dimostrabile, ma possa essere innanzitutto riconosciuta e percepita, in modo da entrare in risonanza con essa più che spiegarla con la mente. Ovvero tanti fenomeni della Natura, più che riprodotti per dimostrarne l’esistenza, vanno innanzitutto accettati e vissuti.
Ciò anche secondo l’antico detto sapienziale che ci ricorda che tante cose “saranno comprese solo dopo che avrete accettato di viverle”.
(segue)

Note
[1] All’inizio del 1600 Galileo eseguì i suoi più famosi esperimenti, come quello della nave per provare le proprietà di un sistema di riferimento inerziale, quelli sul moto dei gravi su un piano inclinato o quello della caduta delle sfere dalla torre di Pisa e del pendolo.
Il creatore del metodo scientifico è stato però il primo a non applicarlo, per il semplice fatto che se lo avesse fatto non sarebbe riuscito a provare le sue intuizioni per via degli attriti. Nel Dialogo sui massimi sistemi Galilei afferma: “Io senza esperienza son sicuro che l’effetto seguirà come vi dico perché così è necessario che segua” mentre nella stessa opera descrive minuziosamente gli esperimenti mai compiuti perché non è stato possibile ripeterli! Quelle che sono state a tutti gli effetti delle falsificazioni (come anche nel caso di altri “mostri sacri” della scienza, come Newton o Mendel) sono stati espedienti usati dagli stessi per avvalorare una teoria nella quale credevano fortemente e necessitavano di prove determinanti, a volte non ottenibili con le conoscenze dell’epoca.