Grandi manovre attorno all’acquisto di terreni agricoli
Zitto-zitto, quatto-quatto, senza che TV e giornali ne parlino troppo, Bill Gates si è comprato in questi ultimi anni qualcosa come 242mila acri di terreni agricoli (ovvero 980 milioni di metri quadri= 98.000 ettari!) in tutti gli Stati Uniti. Un’enormità, abbastanza per fare di lui il più grande proprietario di terreni agricoli privato degli USA. Parliamo di terreni coltivabili, infatti se estendiamo il discorso a terreni in generale in testa alla classifica redatta annualmente da The Land Report dei primi 100 proprietari terrieri d’America c’è il presidente di Liberty Media, John Malone, che possiede 2,2 milioni di acri di ranch e foreste. Il fondatore della Cnn, Ted Turner, è terzo, con due milioni di acri di ranch suddivisi tra otto stati. Perfino l’amministratore delegato di Amazon, Jeff Bezos, sta compiendo investimenti su larga scala in terreni: è al 25esimo posto in classifica, con i suoi 420mila acri, concentrati perlopiù nel Texas occidentale. Ma tornando a Bill Gates, secondo le stime di Forbes egli ha costruito un gigantesco portafoglio di aree coltivabili sparsi in 18 stati USA. I suoi più grandi possedimenti sono in Louisiana (69.071 acri), Arkansas (47.927 acri) e Nebraska (20.588 acri). Detiene inoltre una partecipazione in 25.750 acri in fase di trasformazione a ovest di Phoenix, in Arizona, che diventeranno un nuovo sobborgo. Gates possiede i terreni direttamente e o tramite enti terzi tramite Cascade Investments, il veicolo di investimento personale del fondatore di Microsoft.
A questo punto può forse sorprendere che un miliardario della tecnologia informatica nonché noto “nerd” che, per sua stessa ammissione, non è particolarmente amante della vita all’aria aperta, sia anche il più grande proprietario di terreni agricoli degli Stati Uniti. E invece gli interessi di Gates (che come noto non è certo uno stupido) nel mondo agricolo sono strategici e vanno avanti da anni: già nel 2008 la Bill and Melinda Gates Foundation stanziò importanti investimenti (306 milioni di dollari) per promuovere l’agricoltura sostenibile ad alto rendimento (due concetti che in realtà non vanno molto d’accordo) tra i piccoli coltivatori dell’Africa subasahariana e dell’Asia meridionale. La fondazione ha compiuto poi negli anni successivi ulteriori investimenti nello sviluppo e nella diffusione delle “super colture” resistenti ai cambiamenti climatici e di vacche da latte ad alto rendimento. Lo scorso anno, l’organizzazione ha annunciato la nascita di Gates Ag One, una no-profit dedicata a progredire su questi fronti.
Del resto Gates non è il solo riccone che sta investendo in modo pesante nell’agricoltura: a parte i nomi già citati in precedenza, sempre nella classifica dei principali proprietari terrieri d’America troviamo al terzo posto, con 190mila acri, i cofondatori di Wonderful Company, Stewart e Lynda Resnick (patrimonio: 7,1 miliardi di dollari). Nel nostro piccolo, in Italia, personaggi del calibro di Benetton o Ferrero da tempo sono proprietari di centinaia di migliaia di ettari nel Paese e all’estero.
A proposito: in Italia il principale proprietario privato di terreni agricoli è il Policlinico di Milano, noto a tutti come Ospedale Maggiore o Ca’ Granda, fondato nel 1456 da Francesco Sforza per aiutare i più poveri e i bisognosi. Oggi gestisce la bellezza di 85 milioni di mq. di terreni (8.500 ettari), su cui sono presenti quasi 100 cascine, costituite da oltre 2.000 unità immobiliari, per un valore complessivo di circa 600 milioni di euro!
Ma perché gente come Bill Gates ed altri multimiliardari stanno incrementando gli investimenti in terreni agricoli in giro per il mondo? Solo per sostenere i propri core-business (es. gli immensi pascoli per le pecore dei Benetton in Sudamerica) o perché non sanno più dove investire i propri enormi guadagni?
Anche, ma non solo. C’è di più, anzi, molto di più.

Essendo tutti, in media, personaggi intelligenti e capaci, hanno capito da un pezzo il valore strategico, in termini di peso politico-economico e di potere, che garantiscono vasti possedimenti terrieri (purchè di buona qualità e dislocati nei posti giusti). Già lo avevano capito gli antichi romani, quando pagavano i legionari a fine carriera con appezzamenti di terreni, le famose centurie: soddisfacevano le esigenze familiari di uomini a loro fedeli, bonificavano e rendevano produttive magari aree sino ad allora selvagge e mantenevano il controllo del territorio anche in periferia e nelle campagne. Il progressivo accorpamento di queste proprietà (una volte rese ben produttive) da parte di patrizi e nobili vari portò poi nei secoli alla progressiva nascita anche nel nostro paese dei grandi latifondi, contro i quali in realtà sin dall’inizio si levarono le critiche di personaggi dell’epoca, come ad esempio Plinio il Vecchio.
Infatti, oltre alle dinamiche di potere, oggi come allora possedere buona terra significa anche controllare la produzione di cibo e acqua, ovvero garantirsi in ogni caso un assegno in bianco per il futuro e basato su valori ben tangibili, in gran parte protetti dalle speculazioni dei mercati finanziari.
Stupisce quindi che, almeno in Italia e per quel che ne sappiamo, ancora non vi siano fondi di investimento, assicurativi o bancari, che appunto investano esclusivamente in terreni di qualità (quanto può valere una proprietà agraria coltivata a Brunello di Montalcino o a Sassicaia?).
Infine consideriamo che questo tipo di approccio potrebbe valere anche per gli obiettivi di conservazione della natura e per azioni “carbon-sinks” di stoccaggio naturale contro gli eccessi di CO2. Da tempo dico ai miei amici ambientalisti italiani che si dovrebbe fondare un Natural National Trust in grado di comprare terreni di valore naturalistico per tutelarli, aprendoli poi anche alle fruizioni da parte delle comunità. Come è stato fatto, ad esempio, nel famoso caso in Cile del Patagonia National Park, tre volte più grande del parco di Yellowstone e di quello dello Yosemite messi insieme. Questa enorme area protetta è nata infatti grazie ad una donazione4 milioni di ettari di proprietà acquistati nel tempo dai miliardari e filantropi americani Doug Tompkins, cofondatore di North Face, e Kristine McDivitt, ex CEO di Patagonia, sposati tra loro e che a partire dall’inizio degli anni Novanta hanno speso centinaia di milioni di dollari per acquistare terre in Patagonia, ora donate al governo cileno in quella che si ritiene essere la più vasta donazione di terre da un privato a un governo.
In Italia qualche area naturale è stata acquistata o ricevuta in donazione da WWF e LIPU, ma una vera strategia di tutela di aree agricole o naturali attraverso il pianificato acquisto di terreni privati per essere tutelati e poi messi a disposizione della gente, ancora non si vede all’orizzonte. L’unico esempio significativo che mi viene in mente è quello dell’Oasi Zegna nel Biellese, nata appunto dalla donazione di aree montane da parte dell’imprenditore piemontese Ermenegildo Zegna, fondatore dell’omonimo gruppo tessile.
Speriamo in altre iniziative simili nel futuro.