Il passaggio dagli australopitechi all’Homo erectus, poi all’Homo abilis e quindi all’Homo sapiens, passa tutto dalla verticalizzazione.
Chi ha un età per la quale il grigio tra i capelli non è più un’eccezione, si ricorderà che in Prima Elementare uno dei primissimi esercizi che si facevano fare ai remigini era quello di riempire pagine e pagine dei grossi quaderni a quadretti con infinite file di “stanghette” o “astine” verticali, per iniziare l’alunno ai primi rudimenti di scrittura (e all’accorto uso potenzialmente esplosivo, tra le dita di un bimbo, di pennino e inchiostro). Qualcosa di molto simile faceva anche Rudolf Steiner, quando insegnava in quelle che sarebbero diventate le scuole Waldorf, chiamando fuori alla lavagna i giovani alunni ed invitandoli a tracciare un asta verticale. In base a questo semplice disegno il maestro era in grado di valutare il grado “di partenza” dell’Io, non ancora sbocciato nel bambino.
Lo sviluppo della postura eretta.
Il rapporto tra verticalità ed Io umano, o autocoscienza o Sé, è infatti da sempre conosciuto nelle scuole esoteriche e più di recente anche rivalutato alla luce delle indagini paleontologiche, antropologiche e genetico-evolutive.
Se infatti per molto tempo si è pensato che il vero salto evolutivo fosse stato compiuto dalla specie Homo, in rapporto anche agli altri animali, grazie allo sviluppo del sistema nervoso centrale e del cervello in particolare, più di recente si è invece posto l’accento, come elemento prioritario, proprio allo sviluppo della postura eretta, seguita dall’evoluzione di un nuovo tipo di dentatura e solo in una seconda fase al conseguente sviluppo di un più grande e complesso cervello. Alzarsi in piedi (in modo costante) ha infatti comportato innanzitutto la possibilità di avere libere le mani, di sviluppare il pollice opponibile e di utilizzare quindi con più facilità una serie sempre più estesa di attrezzi e manufatti. Ma ha soprattutto portato ad un cambio di prospettiva, con una più estesa visuale ed un vero e proprio ampliamento di orizzonte, anche grazie alla visione binoculare frontale (sviluppata probabilmente dai primi mammiferi notturni) che consente una grande profondità di campo. L’aumento delle percezioni e degli stimoli è stato quindi la spinta all’ulteriore sviluppo di un sistema nervoso idoneo a supportare tutto ciò, compresa l’evoluzione di forme di comunicazione intraspecifica adatte e quindi alla nascita di veri e propri linguaggi sempre più articolati e sofisticati.
Passa tutto dalla verticalizzazione.
Quindi il passaggio dagli australopitechi all’Homo erectus, poi all’Homo abilis e quindi all’Homo sapiens, con l’evoluzione del pensiero e appunto dell’autocoscienza, attraverso l’acquisizione del logos, il linguaggio, passa tutto dalla verticalizzazione. L’unica posizione che sembrerebbe idonea ad accogliere un Io individuale (e qui potremmo dilettarci anche sull’evoluzione grafica e sui significati profondi della parola “Io”, con la lingua inglese che ne rappresenta l’essenza più schematica, passando dall’italiano o dal “Yo” spagnolo). Una postura che, in tutto il mondo animale, è mantenuta in maniera stabile e costante solo nella nostra specie, sebbene siano diversi gli esempi, soprattutto tra i mammiferi, di tentativi di avvicinarsi ad essa, seppure solo per pochi momenti. Tutte le grandi scimmie antropomorfe, come i gorilla o i bonobo, sono infatti in grado di sollevarsi in piedi o comunque in posizione verticale, così come i lemuri, i suricati, i cani della prateria, le marmotte, gli scoiattoli o anche molti cetacei, dalle balene ai delfini.
Tuttavia nessuno di questi animali rimane ritto per molto tempo e la loro postura normale rimane sostanzialmente orizzontale. Tra l’altro possiamo notare, sempre ragionando sulle forme, come nell’uomo vi sia sempre una parte verticale che punta al cielo, anche quando è sdraiato supino: i nostri piedi e anche il naso lo dimostrano, mentre negli animali che più si avvicinano a noi anche dal punto di vista genetico, come appunto i grandi primati (ricordiamo che scimpanzè e bonomi hanno circa il 98,5% del DNA fisico uguale al nostro) il naso è schiacciato e i piedi, in posizione di riposo, risultano come rattrappiti.
Eppure anche in questi animali, la cui intelligenza e sensibilità sono state da tempo dimostrate, vi sono personalità molto spiccate e a volte vi si coglie come un anelito verso un Io più individuale, oltre a quello di gruppo o di specie di cui ci parla per esempio l’antroposofia. In molte specie vi è il riconoscimento dei singoli individui, ognuno dei quali ha il suo “carattere” (la personalità, appunto) e come tutti i portatori di anima tali creature conoscono i sentimenti: la paura, la collera, la fedeltà, la gioia, l’aiuto reciproco, il dolore anche psichico sino alle più estreme conseguenze, come la depressione. Inoltre sicuramente i mammiferi più evoluti come le grandi scimmie, i delfini o i cani pensano (e sognano): difficile capire cosa e come lo facciano.

Addirittura nei delfini Tursiopi è stata di recente dimostrata non solo la loro capacità di attribuirsi nomi propri, attraverso il tipico linguaggio a fischi individualmente identificativi, ma anche il fatto che sono in grado di riferirsi a un delfino del loro branco non presente, indicandolo con il fischio corrispondente al suo nome.

Come scrive l’etologo Danilo Mainardi vi sono quindi tutti gli elementi per poter utilizzare, nel caso di queste specie animali, la felice definizione di “persone non-umane”, che si basa sulla contemporanea presenza di una personalità individuale, di una mente, di emozioni, di un linguaggio e infine di capacità culturali, ovvero il saper trasmettere tramite apprendimento nuove informazioni e stili di vita.
Quanto poi ciò comporti l’incarnazione di un primo abbozzo di un Io singolo e consapevole, ovvero il passaggio da una personalità ad una vera individualità in grado di evolvere in autocoscienza , rimane uno dei misteri più affascinanti della zoologia. Sicuramente anche gli animali sono in cammino sul lungo sentiero dell’evoluzione anche da tale intangibile punto di vista e la sensazione, forse un po’ romantica, è che alcune specie, più di altre, stiano cominciando a guardare in alto, verso il Cielo.
All’Uomo la grande responsabilità di aiutare questi piccoli fratelli nel loro cammino, permettendone innanzitutto la vita nella libertà dei propri habitat naturali, ma anche dando esempio di ciò che può essere una vera amorevole individualità. Parafrasando un vecchio detto, non solo i bambini ma anche gli animali ci guardano.
Armando Gariboldi