Mentre la Siberia brucia e la Groenlandia si sta sciogliendo, proprio in questi giorni ricorrono i 40 anni del primo rapporto ufficiale che lanciava l’allarme sul pericolo dei cambiamenti climatici indotti dalle attività umane a livello planetario.
E’ il cosiddetto Rapporto Charney, che prende il nome dal climatologo statunitense del MIT che nel 1979 coordinò il lavoro dei ricercatori dell’epoca per rispondere alle richieste dell’allora presidente USA Jimmy Carter, un pò più sensibile ad alcune tematiche rispetto al suo omologo attuale.
La diagnosi finale del Rapporto fu esplicita: ”Abbiamo la prova irrefutabile che l’atmosfera stia cambiando e che l’uomo stia contribuendo a tale processo. Le concentrazioni di biossido di carbonio sono in continuo aumento, il che è legato alla combustione di risorse fossili e allo sfruttamento del suolo. Dal momento chela CO2 riveste un ruolo significativo nell’equilibrio termico dell’atmosfera, è ragionevole ritenere che il suo aumento provocherà conseguenze sul clima”.
Ovviamente dei risultati di quella ricerca la politica se ne fece un baffo, così come ignorò i ripetuti appelli che, ancora prima, furono lanciati anche in Europa da numerosi scienziati, ricercatori e naturalisti tra tutti mi piace ricordare l’esploratore ed oceanografo francese Jacques Cousteau e gli italiani Aurelio Peccei e Mario Pavan.
Quest’ultimo, che è stato anche mio professore di Conservazione della Natura all’Università, già nel 1969 (ovvero 10 anni prima degli americani) pubblicò un articolo dal titolo assai significativo: “Che cosa vogliamo farne del pianeta Terra? Appello ai giovani” (Ind.Lito-Tip. M. Ponzio, Pavia: 1-28). Per il noi studenti il prof.Pavan, che aveva un carattere molto burbero e preconizzava anche la morte biologica del mar Mediterraneo entro l’anno 2000, era visto con un misto di preoccupazione e scongiuro, per le sue teorie appunto piuttosto cupe. Su alcune cose per fortuna fu troppo pessimista (il Mediterraneo, pur non certo messo bene, è ancora vivo e vegeto), ma di sicuro la tendenza generale del Pianeta l’aveva letta giusta, pur senza troppi modelli matematici o computer superpotenti. Semplicemente era capace di leggere i segni della Natura. Ma anche lui , che pure fu anche Ministro dell’Ambiente seppur per pochi mesi, potè smuovere ben poco la nostra politica.
Il piemontese Aurelio Peccei invece, industriale e manager, fu il fondatore del cosiddetto Club di Roma, un importante consesso di scienziati, intellettuali e politici che nel 1972 pubblicò (anche in questo caso ben prima degli americani) un altro famoso rapporto “I limiti dello sviluppo”. La ricerca, analizzando in modo empirico ma intelligente vari dati demografici, socioeconomici ed ambientali, dimostrava abbastanza chiaramente che nell’arco di pochi decenni l’Umanità si sarebbe scontrata con i limiti fisici del Pianeta e degli effetti delle attività antropiche.
Da notare che in realtà le prime ricerche che cercavano di capire come le attività umane avrebbero potuto influenzare il clima erano iniziate ancora prima, addirittura alla fine del 1800. Infatti nel 1896 il premio Nobel svedese Svante Arrhenius pubblicò il primo studio sugli effetti climalteranti della combustione del carbone. Ne seguirono molti altri poi nei decenni successivi, che nel concreto poco o nulla produssero a livello di decisioni politiche ed operative.
Quindi il tempo per realizzare cosa stava combinando sul clima l’Umanità lo ha avuto in abbondanza. E non lo ha usato.
Come già accennato anche nel caso del Rapporto Charney, i politici che potevano prendere decisioni misero il Rapporto in un cassetto, senza tenere in alcun conto le previsioni in esso contenute. Peraltro un effetto, seppur indiretto, il Rapporto lo produsse: uno dei suoi autori, Bert Bolin, un decennio più tardi fu tra i promotori della nascita del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC). Da qui cominciarono poi finalmente una serie di azioni politiche che sfociarono nella prima, cruciale convenzione sul clima, siglata nel 1992 a Rio de Janeiro. La madre di tutte le convenzioni sul clima, comprese le varie successive Conferenze delle Parti sul Clima-COP e la convenzione di Parigi.
Eppure nonostante tutti questi allarmi lanciati con buon anticipo, ancora oggi la “politica che conta” è refrattaria a prendere decisioni concrete che possano invertire la rotta. E allora viene in mente il testo teatrale di Dario Fo “L’Apocalisse rimandata, benvenuta catastrofe” che si conclude in modo molto esplicito e con la consueta irriverenza del suo autore: “Quando sentiremo l’ultimo avviso del “Si chiude!”, ci muoveremo senza sapere cosa fare, intontiti al par d’allocchi (…): solo allora il terrore, come molla, ci butterà in piedi al grido di “Vogliamo campare”! Eh, no: è troppo tardi, coglioni!”.