Tra le realtà ambientali e sociali più esposte agli effetti dei cambiamenti climatici, spiccano le piccole isole mediterranee. Solo in Italia ve ne sono oltre 800, di cui una settantina abitate in modo stabile.

Tralasciando Sardegna e Sicilia, tutte le altre presentano elementi di fragilità ancora più accentuati rispetto alle situazioni insulari o a quelle delle due isole maggiori. In queste piccole e quasi sempre bellissime realtà, infatti, molti aspetti (disponibilità risorse, a partire dall’acqua; depurazione, raccolta e smaltimento scarichi e rifiuti; autosufficienza energetica; accessibilità e collegamenti; ecc.) risentono ancora di più dell’isolamento geografico ma anche strutturale e soprattutto sono totalmente esposte ad eventuali elementi di pressione ambientale, senza queli meccanismi di protezione/ammortizzazione di cui posso godere ambiti più grandi.

Inoltre secondo il primo rapporto scientifico sul cambiamento climatico presentato di recente a Barcellona dall’Unione per il Mediterraneo, nelle regioni che si affacciano sul Mare nostrum, e quindi ancora di più nelle isole, la temperatura cresce a un ritmo del 20 %  in più rispetto al resto del pianeta. Ciò potrebbe portare ad un innalzamento della temperatura rispetto a oggi di 2,2 gradi nel 2040 e addirittura di 3,8 alla fine del secolo!

E’ quindi evidente che queste piccole comunità dovranno essere le prime ad attrezzarsi per tempo e in modo intelligente ai cambiamenti in corso, che prevedono anche un aumento medio del livello del mare di circa 1 metro entro fine secolo.

Peraltro le piccole isole presentano anche peculiarità che, dal punto di vista di una buona gestione ecosostenibile, possono trasformarsi in indubbi vantaggi: un territorio circoscritto meglio “difendibile”; popolazioni locali in genere fortemente legate ai loro luoghi di residenza e più abituati a stili di vita sobri; possibilità, con un numero relativamente contenuto di interventi (e di relativi costi), di caratterizzare fortemente il territorio verso queste tematiche; maggiore facilità nel costruire brand attrattivi per un turismo basato appunto su valori di bellezza e rispetto per la natura.

Non a caso anche alcune realtà italiane, che hanno capito il valore strategico di queste scelte, si stanno muovendo in questa direzione, con percorsi virtuosi anche di economia circolare ed appunto di buone pratiche ecosostenibili che rientrano sotto il solito termine anglofono di “smart islands”. In tal senso, come buon esempio di questo tipo, ci piace citare l’isola di Capraia, nell’arcipelago toscano.

Purtroppo esistono anche molte piccole isole (e nel nostro Paese sono probabilmente ancora la maggioranza), che invece rifiutano tale approccio e rimangono ancorate a vecchie logiche che, soprattutto di questi tempi, stanno evidenziando tutti i loro limiti. Con la definizione di scenari che appaiono sempre più foschi per un futuro ormai imminente.

Un caso emblematico è quello dell’approvvigionamento energetico. Ad esempio splendide isole come Pantelleria o Vulcano, dove abbondano non solo sole e vento ma anche energia geotermica, hanno ancora anacronistiche (e puzzolenti) centrali elettriche alimentati a gasolio. Lo stesso a Lampedusa o a Linosa, dove un impianto fotovoltaico per rendere autosufficiente il locale plesso scolastico, costato pochi anni fa ben 180.000 euro, completato e pronto a partire, non è mai stato collegato alla rete ed ora si sta inesorabilmente degradando. Ciò a causa del solito scarico di responsabilità e a forme di business ormai anacronistici legati al rifornimento di carburante per queste piccole realtà, che portano ad ignorare volutamente le ormai disponibili soluzioni tecniche legate alle energie rinnovabili.

Pochissimi poi anche i privati che installano pannelli fototermici o soluzioni analoghe e che si trovano spesso a combattere interminabili battaglie contro la burocrazia, a cominciare dall’ostruzionismo, in alcune realtà davvero incomprensibile, da parte delle Sovraintendenze alla belle Arti.

Le piccole comunità locali di rado hanno la forza di spezzare queste situazioni, ormai incancrenite.

Servirebbe pertanto una legge che da un lato faciliti l’installazione di tali soluzioni e dall’altro, ad esempio per realtà insulari, sotto un certo numero di abitanti residenti, obblighi la completa conversione delle isole all’autosufficienza energetica basata sulle energie rinnovabili entro un preciso numero di anni. Premiando nel frattempo chi invece si è già incamminato su tale percorso, in modo da creare una serie di “bolle di eccellenza” in cui dimostrare che certe scelte non solo sono possibili, ma sono anche convenienti.

Speriamo che il confermato Ministro all’Ambiente Sergio Costa, nell’ambito dei vari decreti in preparazione, ponga al più presto anche uno specifico elemento di attenzione verso queste piccole e quasi sempre meravigliose realtà della cosiddetta Italia minore, dove vivono comunque oltre 410.000 abitanti residenti (che in media triplicano durante l’estate) e che i cambiamenti ambientali in corso stanno rapidamente trasformando in punti di estrema fragilità e vulnerabilità.


Armando Gariboldi

Naturalista, agrotecnico e giornalista scientifico. Laureato in Scienze Naturali, già Direttore Generale della LIPU-Birdlife Italia, è libero professionista e divulgatore ambientale. Fondatore dello Studio EcoCentro di Pavia e giornalista pubblicista iscritto a UGIS (Unione Italiana Giornalisti Scientifici), con 21 libri ed oltre 500 articoli sulle principali riviste del settore natura.