Senza le api la natura selvatica, l’agricoltura, le nostre ricche tavole imbandite non saranno più le stesse!
La fine delle api? No, non è possibile, maledizione!!! Non è possibile che insetti così preziosi, belli e interessanti come le api si stiano estinguendo sotto i nostri occhi e per causa nostra senza che nessuno tra quelli che possono decidere davvero qualcosa (pseudo onorevoli, senatori, ministri, consiglieri di regione, rappresentanti di associazioni agricole, forse anche dei sindaci, ecc.) muova un dito!
Io non sono un apicoltore, ma sono stufo marcio di vedere e di leggere di allevatori letteralmente disperati davanti ai mucchi di migliaia di piccoli esseri che pur di non contaminare la propria famiglia e tutto il miele prodotto muoiono proprio sotto la porta di casa per avvisare le altre del pericolo nelle vicinanze! O che finiscono col morire di inedia per non essere riuscite a tornare all’alveare, confuse e quasi impazzite dalle sostanze tossiche che hanno assimilato e che gli hanno bruciato i delicati centri nervosi.
Scrivo dunque questo lungo post per cercare di condividere con voi lo strazio che letteralmente sta uccidendo, come pugnalate, migliaia di apicoltori davanti alle perdite dei loro meravigliosi animali ma che, nel frattempo, uccide nella realtà dei fatti tutti quanti essendo l’ape un indicatore biologico della qualità dell’ambiente.

Tutti sanno dell’utilità delle api e della loro importanza nell’ecosistema, eppure la loro progressiva scomparsa, che sta aumentando anno dopo anno, è vista dai più quasi alla stregua dell’estinzione del Tilacino (1936), del Quagga (1883) o di una delle tante specie in pericolo. Una più o una meno non fa poi tanta differenza, la nostra vita andrà avanti lo stesso.
Col piffero! Senza le api la natura selvatica, l’agricoltura, le nostre ricche tavole imbandite non saranno più le stesse! La scomparsa ma anche solo una forte riduzione degli animali impollinatori (che oltre alle api comprendono le migliaia di specie di farfalle diurne e notturne, i bombi, i sirfidi, vari moscerini della frutta, ma anche specie di vertebrati come alcuni pipistrelli ed i uccelli) sarebbe un disastro difficilmente descrivibile, con pesantissime conseguenze economiche e sulla nostra qualità della vita.
Senza una buona e diffusa presenza di insetti pronubi scordiamoci gran parte della frutta, a cominciare da kiwi, pesche, albicocche, ciliegie, mele, pere, angurie e meloni. Ma anche la maggioranza delle specie orticole, a partire dalle più comuni, come cipolle, insalate, zucchine, peperoni o melanzane. In generale, niente più legumi. Rimarrebbero il mais, il riso, il grano, l’orzo. Ma la carne… sarebbe difficile, perché anche molte essenze erbacee fondamentali per produrre il fieno, come l’erba medica, senza api sarebbero a rischio. Quanto agli alberi spontanei: riduzione delle querce, dei tigli, dei castagni, delle acacie, delle eriche e dei corbezzoli. Però forse avremmo ancora le specie anemofile, che usano soprattutto il vento per riprodursi, come pioppi, salici, betulle, faggi, palme, cedri, pini e abeti, oppure quelle piante filogeneticamente meno evolute, come le felci.
E’ bene ricordare che molte piante non possono proprio riprodursi in assenza dell’insetto specializzato a impollinare i loro fiori , che siano api o altro. Ad esempio il nostro Fico nostrano (Ficus carica) offre al moscerino Blastofaga un ricovero nel quale può entrare solo lui, e alle tre fioriture estive della pianta corrispondono altrettante generazioni dell’insetto.
Eppure oggi, come detto, quasi tutte le specie di impollinatori sono a rischio e in parecchi casi, come in quello delle api, in forte e costante diminuzione. Le cause sono molteplici e spesso sinergiche tra loro: i cambiamenti climatici, la perdita e il degrado degli habitat naturali e seminaturali, l’intensificazione dell’agricoltura industriale monocolturale con massiccio uso di pesticidi, e infine l’invasione di nuove specie (Aethina tumida, Vespa velutina,…) e la diffusione sempre più estesa di parassiti (es. Verroa) stanno minacciando la diversità di queste utili specie e la loro interazione con le piante e le colture.
In generale quasi il 90% di tutte le piante selvatiche con fiore dipendono in vasta misura dall’impollinazione animale, mentre delle circa 1.400 piante che nel mondo producono cibo e prodotti dell’industria quasi l’80% richiede la cosiddetta zoo-impollinazione: non solo api domestiche e selvatiche, ma anche vespe, farfalle, falene, coleotteri, uccelli, pipistrelli ed altri vertebrati.
Le sole api selvatiche, che contano oltre 23.000 specie, garantiscono l’impollinazione dei fiori da cui dipende il 35% della produzione agricola mondiale, con un valore economico stimato ogni anno di oltre 153 miliardi di euro a livello globale e 22 miliardi di euro in Europa (fonte: WWF International). In particolare delle circa 100 colture da cui dipende il 90% della produzione globale di cibo, 71 sono legate al lavoro di impollinazione delle api. Solo in Europa, ben 4mila varietà agricole dipendono dalle api.
Tra l’altro è importante sapere che, soprattutto per certe coltivazioni, la presenza delle api deve rimanere sopra un certo valore di densità di popolazione per poter svolgere adeguatamente il loro servizio. Per esempio nei mandorleti della California, i più estesi a livello mondiale con una superficie di oltre 300.000 ettari, in continuo aumento, ed una produzione di mandorle che supera l’80% del totale mondiale, necessitano della presenza di 2.000.000 di alveari nel periodo della fioritura. Tanto che un recente studio pubblicato da PLOS ONE, per la buona riuscita di un raccolto le api sono più determinanti dei fertilizzanti. Un gruppo di ricercatori, diretto da Alexandra-Maria Klein della Albert-Ludwigs-Universität, ha evidenziato come la mancanza di impollinazione influenzi la produzione di frutti dei mandorli molto più della mancanza di sostanze nutrienti e acqua.
Eppure le api e gli altri insetti pronubi continuano a diminuire e nessuno li protegge. Quest’anno poi, viene descritto a livello mondiale come la peggiore annata di sempre per la produzione di miele e per le api in generale. In Italia si stimano in oltre 73 milioni di euro i danni per la mancata produzione dei soli mieli di acacia e di agrumi nella primavera 2019 (report di Ismea e Osservatorio Nazionale del Miele: https://www.informamiele.it/ ).
Prima causa di ciò sembrerebbe essere innanzitutto il clima. Le api per stare bene vogliono inverni freddi e primavere tiepide, mentre stiamo vivendo un’inversione: inverni caldi, primavere fredde e poi estati siccitose. Questo non solo sballa o annulla le fioriture ma è molto stressante per le api, che arrivano alla primavera già stanche e poi non trovano di che nutrirsi. È saltata quasi ovunque la fioritura dell’acacia, che per gli apicoltori del nord Italia rappresenta circa il 60% del reddito. Prima dell’acacia erano saltate le fioriture di ciliegio ed eucalipto e sono andate malissimo, alle altezze di bassa collina, anche le fioriture di nocciolo, tiglio, castagno.
Le api, ma anche i bombi e le farfalle dovrebbero essere curate, protette ed allevate da ogni agricoltori intelligente come se fossero dei figli preziosi. Tra l’altro l’ ape agisce sopra i 10 gradi centigradi mentre i bombi volano anche nelle giornate più fredde, per cui sarebbe fondamentale per l’ agricoltore allevare bombi soprattutto per la loro ottima attività in serra (es. per zucchine e peperoni , ma anche per fiori come i crisantemi ).
E invece gli agricoltori spesso non hanno cultura sull’importanza delle api anche per il loro stesso lavoro, e continuano ad usare prodotti chimici di sintesi (i famosi “fitofarmaci”) come se gli impollinatori non esistessero. Di conseguenza assistiamo al crollo sopra ricordato delle api, mentre gli apicoltori sono spesso costretti letteralmente a scappare, ovvero al cosiddetto “nomadismo da fuga” in spostare le arnie per allontanarsi velocemente da zone coltivate intensamente e intensamente irrorate di pesticidi, per evitarne la contaminazione. Un tempo almeno i noccioleti e le vigne erano aree sicure, ma oggi ormai anche tali zone sono in maggioranza divenute a rischio.
Eppure si continua così, ballando tutti sul Titanic, senza capire ancora oggi, nel 2019, la gravità della situazione che ci circonda e che sta peggiorando di anno in anno! Perdere le api e gli altri insetti pronubi significa quasi, come gravità, non avere più acqua potabile. Ma chissenefrega, volete mettere le priorità dei litigi tra Salvini e DiMaio?
E infatti il governo centrale e le regioni continuano ad autorizzare l’uso in agricoltura di vere e proprie schifezze, come i neonicotinoidi sistemici (dal 2018 tre di essi sono in parte vietati in campo aperto) ed altri prodotti cosiddetti “fitosanitari”, dove però di sanitario in realtà hanno ben poco, se non quello di preservare le piante che si vuole coltivare trasformandole però in prodotti tossici ed uccidendo con pochissima selettività una numerosa serie di organismi utili.
Tra l’altro con i neonicotinoidi sistemici il pesticida entra nella linfa delle piante e fa ammalare l’ape lentamente a partire dal suo sistema nervoso. Gli effetti sono simili a quelli di un bug, un errore di sistema: le api perdono l’orientamento, sbagliano a formare i nuovi bozzoli, in pratica impazziscono e infine muoiono. Se la contaminazione passa dal nettare (cioè il cibo per l’ape stessa) l’ape può morire prima di tornare a casa, ma se passa dal polline (cioè il cibo per le nuove larve) fa in tempo a tornare all’alveare e diffondere il veleno come nutrimento per tutta la covata. Così a morire è l’intera famiglia.
I pesticidi utilizzati in agricoltura in realtà sono oggi la prima causa del declino delle api perché, al contrario delle complesse cause legate ai cambiamenti climatici, la loro eliminazione o almeno riduzione potrebbe essere attuata sin da subito.
Infatti i nomi di queste sostanze tossiche e biocide, che sono veri e propri “killer della natura”, sono ben noti da tempo: il Mesurol (Methiocarb) della Bayer, ma anche Maxim, Influx, Force, Celest , Starcover, Thirame e tanti altri.
Per esempio il Mesurol è un insetticida e in parte anche ratticida che agisce sia per contatto che per ingestione molto usato nel trattamento della vite da tavola, nelle colture floreali ma anche, combinato con altre sostanze, nelle colture di mais, girasole, colza, bietole e cereali vari. Questa sostanza non solo è la principale causa di smarrimento e morte degli insetti impollinatori, tra cui appunto le api, ma viene spesso usata, come anche altri “agrofarmaci”, non solo sulle colture o anche sui fiori aperti, ma anche “a monte” nel trattamento preventivo delle sementi o prima della semina stessa. Quindi tutte queste schifezze finiscono nel terreno, si sciolgono e quando la pianta inizia a crescere le assorbe sistemicamente, mentre una parte di esse finisce direttamente nelle falde acquifere, per poi ritrovarcele, da una parte o dall’altra, dentro i nostri piatti ed i nostri bicchieri.
Eppure, nonostante l’Italia abbia ormai il triste primato di Paese europeo con la maggiore incidenza di tumori sui bambini con, secondo gli ultimi dati del ministero della Salute, un incremento anche del 90% di patologie neoplastiche in soli 10 anni e con chiare evidenze di legami con l’inquinamento ambientale, si continua a sostenere questo modello disperato di agricoltura!
La morìa di api è dunque solo la punta di un iceberg, ma cosa deve ancora succedere affinchè il Ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio, mio concittadino, si dia una mossa ed inizi almeno a vietare le sostanze più tossiche, a cominciare dal tristemente famoso glifosato (il diserbante più venduto al mondo, causa di tumori ed anche pericoloso interferente ormonale), dal sopra citato Mesurol (Methiocarb) e da tutti e cinque i principali neonicotinoidi sistemici (clothianidin, imidacloprid, thiamethoxam, thiacloprid e acetamiprid), come ha ad esempio già fatto la Francia da febbraio?