E’ la tecnica del tu’rat, particolarissimi muri a secco a forma di mezzaluna, attraverso i quali si ottiene acqua spremendola addirittura dalle… pietre!
Eccovi un altro interessante esempio concreto, che affonda le conoscenze nell’antico passato, di un’azione di resilienza, finalizzata in questo caso ad ottenere acqua spremendola addirittura dalle …pietre!
E’ la tecnica dei tu’rat, particolarissimi muri a secco a forma di mezzaluna le cui origini si perdono addirittura nella notte dei tempi, circa 9000 anni fa nell’area desertica del Negev, moderno Israele, dove le popolazioni locali si inventarono questo ingegnoso sistema per cercare di condensare l’umidità dell’aria.
Queste mezzelune in pietra dura rappresentano infatti dei veri e propri “condensatori di umidità” in grado di catturare le cosiddette “piogge occulte”, cioè tutta quella umidità presente nell’aria sotto forma di rugiada o di nebbia, oppure di umidità portata dai venti ricchi d’acqua provenienti dal mare. Una volta “acchiappate” dalle mezzelune, queste microscopiche goccioline acquose si raffreddano a contatto con la pietra e diventano acqua liquida utile per la terra.
Un sistema semplice ed economico che è stato ripreso e realizzato in Italia già una dozzina di anni fa nel sempre più arido Salento, forse la zona del nostro Paese più esposta a processi di desertificazione e di salinizzazione delle falde acquifere.
Un progetto sperimentale unico in tutta Europa che produce annualmente la quantità d’acqua portata da una pioggia primaverile.

In questa peraltro bellissima regione , in particolare ad Ugento in provincia di Lecce, un eclettico ricercatore privato, Mino Specolizzi, originario di Racale ma residente a Bologna, ha realizzato un progetto sperimentale unico in Europa, dall’evocativo titolo: “l’Orto dei tu’rat”. Tredici “mezzelune” di pietra adagiate in un’area di un campo privato di 17 mila metri che riprendono l’antica conoscenza dei popoli del deserto con la sapienza locale dei maestri costruttori di muretti a secco, che hanno utilizzato la pietra di Alessano, un particolare tipo di roccia locale, calcarea e molto dura, che permette all’acqua di scivolare via, nel terreno sottostante. Ogni mezzaluna , che si sviluppa su 230° aperti in direzione SO in modo da intercettare in particolare i venti umidi di Libeccio, produce annualmente la quantità d’acqua portata da una pioggia primaverile e crea così un particolare microclima nelle immediate vicinanze del muro che permette la crescita di erbe spontanee ma anche quella delle piante di frutti vari appositamente piantate in loco senza utilizzare nessun tipo di innaffiatura.
Si tratta di un’iniziativa che meriterebbe di esser e ripresa e magari sviluppata ed approfondita anche in altre regioni italiane, magari investendo qualche soldino pubblico, cosa che come spesso accade non è successa in Puglia, dove il sig. Specolizzi ed i suoi amici hanno fatto tutto di tasca loro.
Per esempio bisognerebbe capire se anche con dimensioni diverse, magari più piccole ma che risuonano con le forze lunari a cui queste forme chiaramente si ispirano, si riuscirebbe in ogni caso ad ottenere acqua liquida di condensazione. In quel caso si potrebbe mettere a punto ad esempio un piccolo muretto dietro in quale sistemare una singola pianta, con quella cura ed attenzione che si usa ad esempio sull’isola di Pantelleria con i famosi giardini panteschi, per la coltivazione degli agrumi.
In un prossino articolo parleremo invece di una tecnica simile che ci arriva questa volta dagli antichi celti: i “pozzi di rugiada”.
Armando Gariboldi