– COME E’ CAMBIATA LA DIVULGAZIONE NATURALISTICA –

Anche il modo di fare divulgazione naturalistica è cambiato, negli ultimi decenni. Sono cambiati innanzitutto gli strumenti, con l’avvento della fotografia digitale, dei social e, attraverso internet, delle testate on-line. Tutto ciò ha portato non solo ad una progressiva riduzione delle testate in versione cartacea (solo in Italia negli anni ’80-‘90 in Italia vi erano sei-sette periodici nazionali interamente dedicati alla natura, escludendo le riviste della associazioni, oggi sono tre), ma soprattutto ad un cambiamento praticamente in tutti gli ambiti operativi e lavorativi: tempistica di produzione di servizi ed articoli, grafica, risorse investite, linguaggio adottato.

I denari, come anche in altri ambiti della divulgazione scientifica, sono sempre meno, sia per pagare redattori e collaboratori, sia per le missioni sul campo (i famosi “servizi”), preferendo comprare prodotti per lo più esteri già pronti.

Le persone tendono a leggere di meno e quindi i testi si accorciano, il linguaggio deve essere molto più semplice ed evitare termini che sino a pochi anni fa si potevano tranquillamente utilizzare. Un vocabolo banale, dal punto di vista del linguaggio scientifico, come “ecosistema” è spesso sostituito da “habitat” o “ambiente”, ritenuti più comprensibili. Alla parola “trofico” si preferisce “alimentare” e accanto al nome della specie sempre più di rado si mette tra parentesi e rigorosamente in corsivo il nome latino di genere e specie.

Invece la parte iconografica deve essere sempre più curata e possibilmente con immagini spettacolari, che riprendono gli animali e la natura in genere nelle situazioni più inusuali.

Tuttavia la questione che forse è più mutata in questo ambito dell’informazione scientifica ambientale è il controllo delle notizie e la competenza di chi le raccoglie, unitamente alla capacità di comunicarle. Ovvero se da una parte, per fare un lavoro serio, ci si appoggia sempre più spesso a ricercatori professionisti o ad articoli pubblicati sulle riviste scientifiche, dall’altra non sono molti i giornalisti, e ancor meno i ricercatori, capaci di fare un efficace lavoro di sintesi rendendo interessanti dati spesso noiosi o “aridi”.

Sull’altro fronte vi sono una miriade di testate, per lo più online, e di redattori/collaboratori sottopagati che scrivono di tutto con scarsa competenza e che anzi cercano lo “scoop” presentando situazioni legate alla natura con un taglio sensazionalistico, spesso senza alcun reale controllo delle fonti o assimilando le dichiarazioni del politico di turno al pari di quelle di uno scienziato premio Nobel.

Gli esempi legati alla narrazione dei grandi predatori (lupi, orsi, ecc.) sono casi emblematici recenti.

Finendo così col fare un’informazione sostanzialmente scorretta, ma soprattutto non in grado di fornire al lettore gli strumenti per farsi una reale ideale del problema. E questo, per chi vorrebbe raccontare la scienza, è a mio avviso un limite particolarmente grave.

 

Scrivi ad Armando Gariboldi

Scrivimi compilando questo modulo
Inserisci la tua email così potrò risponderti
Spazio a tua disposizione. Scrivi nello spazio qui sopra e ti leggerò con piacere.

Armando Gariboldi

Naturalista, agrotecnico e giornalista scientifico. Laureato in Scienze Naturali, già Direttore Generale della LIPU-Birdlife Italia, è libero professionista e divulgatore ambientale. Fondatore dello Studio EcoCentro di Pavia e giornalista pubblicista iscritto a UGIS (Unione Italiana Giornalisti Scientifici), con 21 libri ed oltre 500 articoli sulle principali riviste del settore natura.