La diminuzione dei servizi ecosistemici (ovvero ciò che di utile fa la natura anche in chiave economica) inizia finalmente a preoccupare i padroni del mondo.

Finalmente la perdita mondiale di biodiversità inizia ad attirare la (preoccupata) attenzione della grande finanza. E non certo per la sensibilità nei confronti delle migliaia di specie a rischio di estinzione, ma per la solita “volgare” pecunia.

Quasi 1,9 trilioni di dollari (dove un trilione equivale ad un miliardo di miliardi).

E’ infatti questo l’importo in gioco secondo Moody’s Investors Service poiché la perdita di biodiversità intensifica i rischi legati alla natura.

Con l’attuale situazione economico-finanziaria internazionale, le preoccupazioni per la biodiversità probabilmente non sono la prima cosa che viene in mente agli investitori in preda al panico. Ma le ramificazioni a lungo termine di un mondo naturale impoverito sono potenzialmente devastanti e finalmente anche i big della finanza cominciano ad accorgersene, scoprendo quasi con sorpresa che la biodiversità non è un simpatico gadget per appassionati, ma qualcosa di tremendamente importante. Per tutti, compreso i forzieri dei finanzieri.

La finanza spiazzata

Le aziende che mancano di strategie di gestione credibili in questo ambito, come ad esempio quelle estrattive od agroalimentari, dovranno affrontare la prospettiva non solo di danni reputazionali, ma anche di gravi ripercussioni finanziarie, ha scritto Moody’s in un recentissimo rapporto .

“Rischi come la salute dell’ecosistema, la perdita di biodiversità e la gestione delle risorse naturali stanno aumentando l’agenda politica e degli investitori”, ha affermato Rahul Ghosh, amministratore delegato delle questioni ambientali, sociali e di governance di Moody’s.

Il rapporto di Moody’s si è infatti confrontato con le numerose recenti ricerche sui pericoli della perdita di biodiversità. Per esempio in un altro report pubblicato lo scorso anno, la Banca Mondiale ha delineato le conseguenze potenzialmente devastanti dell’inerzia di un calo “senza precedenti” della biodiversità, con circa 1 milione di specie animali e vegetali a rischio di estinzione. E il World Economic Forum ha stimato che circa la metà del prodotto interno lordo globale, o circa 44 trilioni di dollari di valore economico, dipende in qualche modo dal mondo naturale, il che significa che la sua distruzione rappresenta un’enorme perdita finanziaria.

Che tra l’altro si è ormai capito che sarà enorme ma che è altrettanto difficile da valutare.

Infatti a differenza delle misure ormai universalmente note per misurare le emissioni di gas serra, non ci sono modelli equivalenti pronti per misurare i rischi legati alla perdita di natura, ha affermato Moody’s. Di conseguenza, molti dei fattori rilevanti per comprendere questi rischi sono specifici dei diversi biomi, il che rende particolarmente difficile la misurazione dei pericoli e delle opportunità legati alla natura.

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I settori più a rischio

La silvicoltura, l’agricoltura, la pesca e il turismo sono tra i settori più a rischio e sempre Moody’s ha identificato ben 24 settori con $ 9,6 trilioni di debito che hanno una “moderata esposizione” ai rischi del capitale naturale. Ovvero a quei beni e servizi quasi sempre non conteggiati ma fondamentali del mondo naturale (terra, acqua, aria) essenziali per sostenere i processi e le comunità viventi.

Ad esempio, la conservazione delle foreste, delle zone umide e delle coste è fondamentale per fornire protezione dalle inondazioni, mentre la deforestazione può esacerbare gli effetti della siccità. Al contrario, la conservazione e il ripristino del capitale naturale possono anche rallentare l’impatto del riscaldamento globale, come nel caso dei pozzi di carbonio come le foreste e gli oceani.

La maggior parte degli investitori e degli intermediari (es. i Fondi di Investimento) stanno solo ora iniziando ad includere i rischi legati alla natura nelle proprie valutazioni. Il Paulson Institute stima che il mercato degli investimenti sulla biodiversità potrebbe raggiungere fino a 93 miliardi di dollari entro il 2030, rispetto ai circa 4 miliardi di dollari del 2019.

Chissà se, entrando in gioco la grande finanza, non si possa finalmente dare una potente accelerata alle politiche di conservazione della natura, da sempre considerate un po’ il fanalino di coda di tutti le azioni in campo ambientale.

 

 

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